Aurora/Sara

Aurora/Sara fa parte di un trittico di poemetti poetico-teatrali che la poetessa Lucianna Argentino ha scritto e portato in scena lasciando che le voci si identificassero con uno strumento, un ritmo, una cadenza, armonica o frammentata. In Aurora/Sara ad esempio, un piccolo xilofono è utilizzato nelle parti in cui a parlare è la bambola della bambina. 

"L'infanzia è un regno immenso
circondato da giganti minacciosi (...)

L'infanzia è un regno immenso
dove s'impartiscono lezioni di volo al vento
", scrive l'autrice. Un'altra voce, da voce all'infanzia...

 

 

AURORA/SARA
L'infanzia è un regno immenso
circondato da giganti minacciosi
con buio e lupi assopiti tra le gambe,
giganti le cui voci franano
sui piccoli esseri che lo abitano
gli picchiettano sulle spalle come sassi.

L'infanzia è un regno immenso
senza fortificazioni senza grammatica
con la sintassi dell'erba e l'ortografia dell'acqua.
Il tempo non vi scorre
il tempo vi abita e senza nomi
è un regno che sta tutto nei palmi delle mani
nei cui solchi sono i semi della prima nascita.

L'infanzia è un regno immenso
con moltiplicazioni di pani e di pesci
con miracoli di lapis
con alberi di sole cime
con sbucciature e ragioni incomprese:
capricci e lacci sciolti.

L'infanzia è un regno immenso
dove s'impartiscono lezioni di volo al vento
e gli esseri piccoli che lo abitano
sono aria acqua terra e fuoco
sono il gas primordiale, i numeri primi.
Sono l'aprirsi dell'infinito e il ristoro.

L'infanzia è un regno immenso
senza verità senza menzogna
dove tutto respira e ha occhi e un'anima
dove la luce abbonda
dove è un solo popolo, una sola lingua,
una sola sostanza tra le cose, gli animali e
gli esseri piccoli che lo abitano.


Non ho mai avuto un regno
tutto s'è fatto subito mondo
un mondo verticale
da arrivarci con sforzo in punta di piedi
dove io ero già io
cordicella tesa di fibre spaventate
in piena di sgomento.
Solo otto gli anni miei e poco più
compresi i mesi nel ventre di mia madre.
Mi voleva, ha detto 
ma poi andava in motorino
ad altri ha raccontato
che è stato un calcio di mio padre
ma questo io non lo so.
Io devo sapere che è stata una buca nell'asfalto
e poi i dolori al ventre.
Appena sei mesi sono stata nel suo utero
rotti gli ormeggi salpata alla deriva
nascevo io soltanto alla mareggiata
lei si ritirava, mi lasciava all'approdo
annegava nel dolore, non si perdonava.
Forse non ce l'avrei fatta le dissero
che ancora mi domando come
quei centimetri, quei grammi minimi che ero
siano riusciti a convincere la vita
la morte a farsi da parte
vinte da tanta ostinazione
da tanta fame che ancora non si sazia.
Ma appena ne ho sentito l'odore
appena l'ho toccata l'ho amata la vita
e lei che mi ci nasceva e mi ci sono aggrappata
quasi fosse quell'utero appena perso.
Neanche sei mesi sarà per questo che in me
non si rimargina lo strappo
che sempre qualcosa da me fugge via.
Sarà che sono nata respirando morte
un giorno dopo la morte di mia zia.
Dovevo chiamarmi Aurora
ma mi hanno chiamata Sara come lei.

Mia madre e mia nonna mi sgridano
perché alle bambole taglio i capelli.
A una ho tolto gli occhi: non mi piacevano,
sembravano un cielo disadorno e muto
Ora da quei due buchi scuri
più profondi e veri degli occhi seri di mia madre
mi sento guardata
la bambola guarda me e io in lei mi guardo
da quei piccoli fori mi partorisco
nel giusto del tempo, annullo l'anticipo
il mancato appuntamento.
Mi partorisco Aurora perché
in quel nome c'è la mia vita persa
non questa rasa e arsa
e poi non mi va di avere il nome di una morta.
Me la volevano buttare via
ma non glie l'ho permesso
gli ho detto che se lo fanno scappo di casa.


Mia madre dice che sono matta
sempre con quella bambola orba
che non sapevo che significa
e le dicevo non è Orba è Aurora!
Lei non sa che io in quel vuoto d'occhi
ci sto tutta, che è l'abbraccio a cui lei manca
è mammella con cui nutro la mia fame.
Aurora è la guardiana per la paura
di non esistere, di non sapere chi sono
di non farcela a convivere con l'assenza.

La luce ha ragione
nel suo ostinarsi a fare chiaro
ma la sua vera arte è l'ombra.
L'ombra è la voce della luce
e la notte è il suo canto pieno

mi sussurra Aurora di notte
per questo non temo il buio.
E' quando viene giorno
che mi prende la paura
e non mi ci arriva il fiato a dirla
tutta quella luce estranea, opaca
tutti quegli occhi frettolosi addosso
a farmi diversa a farmi un'altra.
Il buio mi è caro, mi è grembo e riparo
se lo guardo con i suoi occhi cavi
lo scavo e scovo la luce buona, la luce madre
quella che spinge in alto le radici.
Con lei trovo un'altra vista
nell'orbita vuota imparo al tatto tutto quel mondo
in cui passo con ossa morbide, da latte
ossa da gatto
per cercare quanto di me non è nato
perché di qua ho ancora il peso piccolo
della nascita e non lascio tracce.
Aurora sorride...

Sempre si nasce nell'incompiutezza
perché non hanno figli gli angeli
e molte saranno le nascite
se ognuno si fa nascita all'altro
se l'anima si fa utero.
Vivere è portare a compimento
ciò che assieme a noi è solo germogliato
è fioritura all'aperto delle stagioni
perché i bambini un riparo non ce l'hanno
se non se lo fanno
se non se lo costruiscono

con ogni battito del cuore
passato nella sabbia asciutta degli arenili;
con lo sguardo dei rapaci e dei fiumi in piena;
con il portare alla bocca il mondo
scoprirne con la lingua il nervo
scioglierne con la saliva la poesia;
con il rompere le cose
scovare il nesso tra noi e la creazione
toccarne il nome segreto
che il crescere degli anni fa dimenticare;
con le immaginazioni che alle cose ci affratellano
con le ardite somiglianze;
con il coraggio di chiedere
alle mani l'onnipotenza;
con le veglie accanto al cuore
come fosse sempre una vigilia;
con l'ostinato avido domandare
come e perché si è vivi in questo modo;
con le domande-varco
domande difficili, ultraterrene;
con fingersi animali e amici immaginari;
con un giocattolo accanto quando è notte
e il sonno è un orco che li rapisce.
Sempre orfani sempre nei corridoi
nel raccontarsi storie contro i bagliori del buio
con parole che ululano alla luna.

Mia madre è una stronza
beve e grida alla nonna,
a volte la picchia
a me no, a me non mi tocca
ma certe volte maledice il giorno in cui sono nata
e la sua voce mi imprigiona il cuore
che batte batte come un ramo
contro una finestra
e intanto lotta con la tempesta.
Poi quando c'è lui mi manda via,
mi manda a dormire dalla nonna.
Mia nonna poveretta lei mi vuole bene
ma da sola con questa figlia e quell'altra morta
non ce la fa.
Mio padre non so dove sia
lei non ne parla
e ogni giorno un poco me ne va via il ricordo
l'odore che a volte mi sembra di sentire
non so perché non torna
cos'è che gli impedisce di tornare
quale incantesimo lo tiene lontano
o se è perché non so essere figlia.
Come non sapevo che gli alberi
e i fiori e l'erba avessero radici sotto
a tenerli attaccati alla terra
e mi chiedevo com'è che non cadessero
che non se li portasse via il vento
come mi chiedo ora com'è che sto in piedi
che non volo via se non sento radici
sotto i miei piedi.

Fatte di cosa le parole?
Di quale materia e sostanza?
D'aria, di fiato, di corde vocali
di lingua contro il palato e i denti.
Leggere eppure potenti.
Invisibili non si possono cacciare via
né toccare, ma ti toccano
ma attraversano persino i muri
e la pelle e le ossa
e dentro ci nascono, ci diventano corpo
inarcato ponte sopra i domini del silenzio
che scorre in senso inverso all'andare delle parole,
fa spazio all'ascolto
che senza attento ascolto
le parole muoiono, muoiono di fame.
Corpuscoli i cui passi ci attraversano
lasciano orme, ci fanno rin-tracciabili,
attraversabili e raggiungibili
se non ne facciamo alti muri
dietro cui stiamo nascosti
e la cui ombra ci ammala.

A scuola le altre bambine
non giocano volentieri con me
il mio grembiule non è bianco come il loro
nei capelli ho nodi che non si sciolgono
e le mie mani inquiete ali
si stringono a frenare voli disobbedienti
a impedire che lo smarrimento mi frammenti
mi ferisca la gola
come la volta che dissi a Gloria
che Babbo Natale non esiste
e lei ne pianse e non mi parla più.
Non piaccio tanto neppure alle maestre
anche se fanno di tutto per nasconderlo
non tanto a me quanto a loro stesse
lo sento da un'incrinatura aspra nella voce
da un'esitazione severa nello sguardo.
Non vedono, non sanno
che conosco solo le distanze
che mi prende la paura, lo spavento
che dentro trema tutto
e le mie sole piccole mani non bastano
a fermare quel tremore
che mi sembra di avere un temporale dentro al petto
che dentro mi si spezzi la vita
che mi rincorra un tintinnare di vetri in frantumi.
E salgo salgo nella vertigine
dei ciuffi d'erba tra le tegole
nello sforzo della borraccina
tra i mattoni di un muro
io nella crescita orizzontale
dei cani e dei gatti
avanzo raccogliendo avanzi
briciole cadute dai miei sogni e pietre aguzze
mi conducono fuori da questo giardino
di cui abito la prossimità al muro
che pure la mia infanzia è nata prematura
nate fuori stagione e maturate a terra
in una serra dove il cuore batte di battiti intraducibili
impazienti al ritmo della nostalgia
che non so com'è sentirsi uno con un altro.


Ieri ho disegnato un bosco
con gli alberi tutti in fila
uno accanto all'altro, con le fronde che si toccano
e la maestra me l'ha corretto
non stanno così in fila gli alberi mi ha detto
ma loro sono contenti così, vicini
ombra nell'ombra, i rami intrecciati come mani
e sotto le radici a parlottare
abbracciate alla terra.

Motivare il mondo è scoprirlo
sentirne sottovento il canto
e farne una promessa
per guarire lo stare spaiati, alla rinfusa
nel poco chiaro delle parole
nella loro pronuncia confusa
in ciò che ne rimane in bocca...

Zitta Aurora zitta
che viene giorno in groppa alle cicale
e reca in dono un uccellino
racchiuso in un guscio di noce
che in tutti si salva un luogo
dove non arrivano le onde
su una spiaggia dove stanno vicine
le nostre orme salve nel loro
non procedere né tornare indietro.
Eccola, la vedi, la luce appena nata
s'aggrappa alle nuvole con nocche tenere
così s'aggrappano al fiato le parole
quando la voce non ha un nido
dove posare i suoi frutti.
Vieni Aurora, vieni che lo disegno io il nido
ricalco i contorni della mia mano guardache bello!
sembra il sole con raggi piccoli
e ossa trasparenti, ecco guarda la mia mano
rimane aperta...
alla vita!
 

 

 

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